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VV/AA - Soho Scene '64 '65 jazz goes Mod - R'n'B '58 Rec. - 2 CD/4LP

La Londra della metà degli anni '60 è spesso immaginata come una città di vecchi signori che indossano la bombetta e che portano ombrelli e donne che indossano guanti e tascabili. I giovani si mescolano in carnaby Street con camicie colorate paisley, pantaloni a righe vivaci, occhiali da sole rosa, stivali Chelsea, minigonne e rossetto bianco. Dimenticata in questo squarcio culturale tra Savile Row e King's Road c'era una scena jazz mod affollata da artisti di talento che suonano calore puro. Mentre la popolarità del jazz stava perdendo terreno negli Stati Uniti durante questo periodo negli anni '60, quando il rock e il soul uscirono, la scena jazz tradizionale di Londra si stava riempiendo di talento e maestria sia nei piccoli gruppi che nelle grandi band. Ora c'è l'ennesimo "squillo di trombe" nella spettacolare serie "Jazz Goes Mod" of U.K. and Soho Scene '64 e '65 (Rhythm & Blues). Il set di 78 brani composto da quattro CD comprende una vasta gamma di jazzisti britannici su i primi due dischi e con artisti statunitensi dello stesso periodo negli altri due. Adoro questa serie, poiché ogni brano è diverso, dinamico e gustoso, puoi ascoltare direttamente quei suoni senza mai annoiarti. Artisti e arrangiatori jazz britannici potrebbero suonare con disinvoltura e raffinatezza che i loro coetanei statunitensi, e non era solo una scena di pochi artisti. Dozzine di band erano di prima qualità e presentavano solisti veramente capaci. Sfortunatamente, molti fan del jazz non sono stati completamente esposti alla vasta volta di talenti a Londra in quegli anni. Questo set ti aiuterà ad accelerare la tua conoscenza sulla scena in quegli anni. Vengono inclusi brani di Johnny Burch, Ronnie Scott, Tubby Hayes, Harold McNair, Ernest Ranglin, Dave Lee, Ken Jones, David Mack, John Dankworth, Peter Compton, John Stevens, Pete King e molti, molti altri. I batteristi di questi gruppi sono particolarmente furiosi e schiacciasassi. Al contrario, le parti statunitensi del 1964 e del '65 sono funky e fuori dai soliti canoni. Sono inclusi Clare Fischer's Way Down East, Snatchin 'It Back di Jimmy Wilkins Orchestra, Running Mps's Junior al piano superiore, Five More di Merle Saunders, Theme From Bewitched, Soul Message di Groove Holmes e altro. Un calmo soul-jazz dopo l'altro, creando una meravigliosa contrapposizione tra evoluzione del jazz a Londra e ciò che sono le affascinanti influenze culturali afroamericane. Negli Stati Uniti, la crescente popolarità di funk, soul, R&B e televisione si sta avvicinando agli approcci jazz. A Londra, non c'è nessun pop-rock o soul in onda sulla radio della BBC di proprietà del governo, né c'è lo stesso livello di televisione orientata ai giovani. Il jazz si è evoluto in modo diverso lungo linee sofisticate e raffinate, con registrazioni simili nello stile impertinente delle auto sportive e della moda britanniche. Laddove il jazz della big band americana si è interrotto all'inizio degli anni '60, quando le bands guidate da Oliver Nelson, Quincy Jones e Maynard Ferguson hanno esaurito il gas commerciale, la Gran Bretagna ha continuato a sviluppare ulteriormente il genere e con gusto. È tutto qui su questo nuova compilation della serie R'n'B, percui prendi le tua Lambretta e corri a comprarlo!

Scasso  24/01/2020


The Divine Commedy - Offices Politics - Chamber Pop Rec. - LP/CD

Se c'è una lezione che, a modo suo, Neil Hannon si è premurato di impartirci nel corso di oltre tre decenni di fare musica, è probabilmente quella più semplice e visibile: l'elisir di lunga vita consiste nel restare a piedi pari al di fuori delle logiche temporali, dell'incedere delle mode, dell'affannarsi a restare attuali quando invece, semplicemente, si può indossare la casacca di una perenne classicità. Al massimo, ecco, si può cambiare la foggia: si può pretendere di essere Napoleone per un intero tour, giusto per il gusto di fare, inaugurando una estemporanea fase imperialista fine a sé stessa che segue un album, “Foreverland”, che più fuori dal tempo non si può. Poi, con un invisibile colpo di spugna, si può far finta di ritrovarsi nelle beghe di un qualsiasi ufficio, con i suoi tic, i pettegolezzi, le antipatie, le logiche che si creano con o senza un perché, per l'appunto. Il mondo del lavoro come palcoscenico privilegiato per lo studio della natura umana. “Office Politics” non è forse un vero concept, ma permette a Hannon di fare ciò che più gli piace: indossare una maschera tutta nuova e provare a cimentarsi nel piccolo-grande teatrino della natura umana, districandosi in una selva di pregi e difetti da evidenziare e dileggiare. Per farlo, si fa aiutare dalle macchine: nel tredicesimo lavoro in studio dell'artista nordirlandese, parole sue, “ci sono i synth e brani sui synth”. In effetti la componente sintetica non è mai stata tanto presente nelle trame dei Divine Comedy, così come la riflessione sul ruolo e sull'uso delle macchine, non a caso definite “infernali” nell'omonimo brano. Se però “Foreverland” era un rifugio riparato entro i confini di una classicità fieramente novecentesca e decadente, “Office Politics” è per la legge dantesca del contrappasso la risposta più avanguardista mai data da Neil Hannon al mondo là fuori, e prima ancora a sé stesso. Il rap estemporaneo di “Psychological Evaluation” inscena un dialogo tra l'uomo e l'intelligenza artificiale. “The Synthesiser Service Centre Super Summer Sale” si erge a metà scaletta come l'avamposto di una nuova, effimera politica (appunto) che sembra voler guardare al futuro attraverso le lenti di un passato ottantiano. E che dire della marcia pseudo-industrial di “Infernal Machines”, quella sorta di incubo tridimensionale che sembra volere inghiottire l'ascoltatore nei suoi ingranaggi? E infine, come accogliere i rintocchi orientali che seguono i vocalizzi e poi i cori di “Philip And Steve's Furniture Removal Company”? Si tratta di operazioni che solo a Hannon potrebbero riuscire, per il semplice motivo che solo a lui potrebbero venire in mente. Ma questo non significa per forza che l'esito sia sempre all'altezza del credito quasi illimitato di cui il Nostro gode da molto tempo a questa parte. E infatti, smargiassate nuove di zecca a parte, e certo non misteriosamente, “Office Politics” convince laddove il buon Neil la smette di bazzicare territori a lui alieni per tornare a fare il primattore sotto i riflettori più congeniali. “Norman And Norma” è un nuovo classico pop della fucina nordirlandese che narra le vicende di una perfetta coppia middle class ormai avanti negli anni e pienamente felice della normalità ricevuta in dono. Viceversa, il pop sbarazzino di “Queuejumper” non riesce a conquistare del tutto, pur invitando a saltellare sulle macerie di un'umanità che ha smesso di farsi scrupoli. Per “You'll Never Work In This Town Again” si rispolvera il frac in un crogiolo di piccole orchestrazioni che strizzano l'occhio a uno swing appena accennato. Ancora più “classica” è la riflessione sul valore di ciascuno di “Absolutely Obsolete”, a sua volta dotata di precise orchestrazioni in un gioco di specchi tra scherno e seriosità. “The Life And Soul Of The Party” riaccende la voglia di fare festa, ma senza strafare, perché il contegno è un altro dogma inscalfibile di questa calcolata follia. Lo slot dedicato alla ballatona è occupato da “A Feather In Your Cap”, di nuovo immersa in sintetizzatori e atmosfere anni Ottanta, ma onestamente poca roba rispetto a qualsiasi altro epigone del passato. E poi c'è il lirismo minuto e prezioso di “I'm A Stranger Here”, intriso di quell'esistenzialismo démodé che Hannon ha saputo elevare ad arte. La verità è che “Office Politics” è un album complesso, particolarmente lungo (sedici brani, un'ora in tutto) e forse meno immediato rispetto ai processori. Un lavoro che alterna alti e bassi, e per quanto ci riguarda meno compiuto nel suo complesso rispetto ai due capitoli che avevano contraddistinto gli anni Dieci in casa Divine Comedy: “Bang Goes The Knighthood” e “Foreverland”. Però è anche quello più fuori dagli schemi, e non era facile, considerando il tenore dei predecessori. Ma, come ribadisce Hannon, “ci provo a fare album normali, ma mi sembra sempre di andare verso strani territori”.

Scasso  16/01/2020


The Ride - This is not a safe place - Wichita Rec. - LP/CD

Rinnovamento. E' certamente questa la parola al centro del ritorno discografico dei Ride. Era chiaro già nel 2017, quando "Weather Diaries" (prima uscita discografica post-reunion di Bell, Gardener, Queralt e Colbert) si rivelò lontanissimo dallo shoegaze di "Nowhere" e "Going Blank Again", sposando invece atmosfere meno sature di rumore e più propriamente neo-psichedeliche. La distanza da suoni che a inizio Novanta fecero la fortuna della formazione di Oxford si è allargata ulteriormente l'anno successivo, con un Ep, "Tomorrow's Shore", che, sfruttando l'esperienza in fatto di musica elettronica del produttore Erol Alkan, introdusse consistenti dosi di sintetizzatori nel sound. La cosa deve aver stupito però soltanto conoscitori occasionali del quartetto, che non è per nulla nuovo a tentativi di ringiovanimento, più ("Carnival Of Light") o meno ("Tarantula") riusciti. Pur ammesso tutto ciò, è comunque difficile non sorprendersi di fronte alla quantità di suggestioni e influenze messe in campo in questo nuovo full length, che lo rendono un lavoro sicuramente affascinante e poliedrico, ma anche discontinuo ed episodico, mostrando i Ride non sempre a proprio agio con le materie in gioco. L'elettronica otturata di "R.I.D.E.", che si concede a reminiscenze shoegaze soltanto nelle lamentose parti cantate, apre di fatto una girandola della quale è difficile, se non impossibile, scovare una logica. La seguono quindi "Future Love", la concessione al passato jingle-jangle di "Twisterella" e "Repetition", dilatato adattamento neo-psych del cyber-punk dei Primal Scream. La tesissima "Kill Switch" è una botta shoegaze cattiva quanto ispirata; decisamente fragorose sono anche le bordate di fuzz che sezionano "Fifteen Minutes", ennesima meraviglia ritmica di Queralt e Loz. Il lato più atmosferico dei Ride trova sfogo invece nella ballata folk "Dial Up", liquida e placida, appena screziata da interferenze elettroniche vintage che ricordano le vecchie connessioni isdn; mentre l'introduzione della lunga "In This Room" richiama finanche certi meccanismi dei Notwist. "Clouds Of Saint Marie" e "Eternal Recurrence" costituiscono un corposo blocco centrale fedele allo spirito di "Weather Diaries". La prima delle due è una canzone molto riuscita, grazie soprattutto a un coro decisamente catchy, mentre la seconda è un fiacco tentativo di rock da stadio, problema questo che affligge anche "Jump Jet". La bella "End Game", che culmina in un perforante finale chitarristico al tremolo, è infine un succoso contentino per gli irriducibili fan della fase shoegaze. Insomma, ai Ride tutto si può imputare tranne che codardia o incapacità di guardarsi intorno. "This Is Not A Safe Place" è l'ennesima testimonianza di questa attitudine, nonché la conferma che il loro coming back non sia stato dettato dalla possibilità di monetizzare il ritorno in voga di un genere che si è contribuito a fondare, ma dal bisogno dei quattro di musicare idee, magari non sempre meritevoli, ma nuove di zecca.

Scasso  15/01/2020


Garry Bushell - '79 The Mod Revival - RedPlanetBooks - Libro

Un grande libro con una scelta di cinque grandi copertine differenti. Fai la tua scelta su quella che vuoi. Il revival dello Ska, Rock & Mod della fine degli anni '70 all'inizio degli anni '80 ha messo vita e risate in una scena musicale del Regno Unito politicamente cupa. Il giornalista Garry Bushell era in prima linea, lavorava per la rivista Sounds and Dance Craze, ed era presente per assistere a tutti gli eventi critici. Sono passati più di quarant'anni da quando i Jam hanno ispirato una nuova generazione con il loro album All Mod Cons - pubblicato nei mesi finali del 1978. Ma il revival Mod è stato molto più di un semplice fenomeno ispirato all'arrivo della versione cinematografica di Quadrophenia degli Who. Una successione di gruppi tra cui The Purple Hearts, The Jolt, The Chords e Secret Affair, tra i molti che nascerono in quel periodo e che aggiunsero molto "contenuto sonoro" alle già potenti canzoni di Weller e alle sue grandi melodie. Era un movimento che cresceva organicamente da più di un anno ed era una risposta adatta alla scena post-punk sempre più cupa con successi come: 'David Watts', 'The Modern World', 'Down in the Tube Station at Midnight', 'Eton Rifles', 'That's entertainement', 'Going Underground'...Questa è la storia scritta in chiave divertente, informativa ed affettuosa di Garry Bushell dell'ascesa e dell'influenza del revival mod. In esso, descrive tutte le band principali e la maggior parte di quelle minori. È la storia di quei tempi attraverso i dispacci che ha inviato dalla prima linea e messo su tutti i giornali musicali dell'epoca.

Scasso  14/01/2020


Brighton 64 - Como Debe Ser - BCore Rec. - LP/CD

I BRIGHTON 64 tornano all'etichetta con il quarto album della loro seconda e prolifica tappa musicale attraverso la reunion del 2010 . Dopo l'intenso tour de force che ha rappresentato il concept album: El tren de la bruja (2017), la band veterana di Barcellona lancia ora: Como Debe Ser, un pugno di denuncia e rabbia per la precaria situazione delle libertà in Spagna e una critica devastante e all'ipocrisia che ci invade da tutti i fronti. La legge del più forte in "La cara infame del poder" e "Miedo me das", morte e indifferenza in "Playas del mediterraneo", giustizia di mparte o diciamo pilotata nella magistratura spagnola in "Juez y parte", annientamento della libertà di espressione in "Este es un pais libre", l'eredità dell'esilio e della guerra civile in "Avui he tornat a casa", la manipolazione dei media in "Gato por Liebre", ed una disperata chiamata all'azione politica in "El estado de la nacion" o "La flor que sostenia en la mano". Una cupa vista panoramica di cui la band si allontanata solo per i tre minuti dell'autoironica canzone "La balada de los perfidos hermanos Gil". 11 canzoni dirette e senza cerimonie, 11 coltellate di rock politico e frenetico power-pop coprodotti con Paco Loco, il cui savoir faire hanno dato un nuovo impulso al repertorio della band. Un record rilevante per i tempi che ci perseguitano (specialmente in Spagna). Senza dubbio, l'album più rilevante e politico dei BRIGHTON 64.

Scasso  13/01/2020